Grano, Confagricoltura Foggia: flessione dei prezzi mette a repentaglio la cerealicoltura di Capitanata

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“Se sul prezzo continuano queste tendenze al ribasso, favorite da importazioni speculative dall’estero, probabilmente bisognerà dar ragione a quegli agricoltori di Capitanata che stanno meditando di non seminare grano e riconvertire la propria produzione”.
Non usa giri di parole Filippo Schiavone, presidente di Confagricoltura Foggia, subito dopo la movimentata riunione della commissione prezzi presso la Camera di Commercio di Foggia, abbandonata polemicamente dai componenti della parte agricola.
“Non conosco nei dettagli quanto accaduto in Camera di Commercio ma è evidente che la costante flessioni dei prezzi delle ultime settimane non lascia presagire nulla di buono per le imprese del settore. Ormai non si tratta più di una normale dialettica di mercato, la situazione non è più sostenibile. Solo per pareggiare i costi di produzione (stimabili in circa 750 euro per ettaro), in una campagna in cui le rese medie si sono attestate intorno ai 20 quintali per ettaro, il prezzo di vendita del grano duro dovrebbe essere di 35 euro per quintale. Un prezzo lontanissimo da quello che viene pagato agli agricoltori foggiani. Così le nostre imprese non reggono, non si può pensare di proseguire con questa politica che scarica tutti i rischi della filiera sulla parte produttiva”.
Una significativa riduzione di aree coltivate a grano, una scelta a cui molti stanno pensando – prosegue Schiavone – potrebbe portare negli anni a far perdere alla Capitanata quella centralità sul mercato del grano duro che da tutti viene riconosciuta e le cui conseguenze avrebbero ripercussioni su tutta l’economia del territorio.
Crediamo e abbiamo investito nei rapporti interprofessionali di filiera stipulando con agli atri attori della filiera un accordo per valorizzare il grano duro nazionale di qualità, con vantaggi per tutti a partire dai consumatori – conclude il presidente di Confagricoltura Foggia – ma non si può continuare a fare e vendere il Made in Italy solo a spese degli agricoltori”.

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